Castagne d’acqua Noi ragazzi, perennemente affamati, mangiavamo di tutto, anche i trigui che erano i piccoli frutti di una pianta che cresceva negli stagni dove l’acqua non era molto alta. Riusciva ad emergere con le foglie e con dei fiori bellissimi di colore rosa intenso. Noi ne mangiavamo i frutti appesi lungo il gambo sia sulla parte emersa che su quella sommersa. Entravamo nell’acqua con le scarpe (era davvero sconsigliato farlo a piedi nudi!), strappavamo il gambo e con un sasso frantumavamo il guscio solido e durissimo.Era un frutto con tre o quattro spine molto acuminate e pericolose. Di solore bianco all’interno aveva un sapore dolce e per certi versi simile a quello di una castagna. Festeggiare il I maggio di nascosto Durante tutto il Ventennio fascista dovevamo festeggiare il Primo Maggio di nascosto, nel bosco. Si portavano damigiane di vino e si passava tutta la giornata assieme; si faceva friggere il pesce, si cucinavano le prime lumache e si ballava e si cantava. Mi ritorna sempre il ricordo delle tante cantate che si facevano in compagnia, testa vicina a testa, con la mano destra a cucchiaio appoggiata all’orecchio. Ci sentivamo uniti, solidali, fratelli ed il canto ci dava gioia e qualche volta ci faceva commuovere. I Natali in casa dei padroni La mia partenza per la montagna |
24 Settembre 1944 Un giorno verso la fine di settembre, veniamo allertati: dopo esserci preparati rapidamente partiamo in aiuto dei partigiani della 31ª Brigata Forni. Questi, arroccati nella difesa di Salsomaggiore, stavano subendo un pesante attacco condotto da vari lati, anche dal lato destro attraverso la vallata dello Stirone, molto vicina alle nostre postazioni. Una colonna di Nazi-fascisti che risaliva il torrente da Scipione Ponte si era portata intanto fino a Case Passeri sotto Vigoleno. Noi, lasciando sul nostro lato sinistro il borgo, stavamo scendendo con un camion nella loro direzione senza avere ancora la percezione precisa di dove li avremmo incontrati. Io ero seduto davanti su un fanale, mentre Farfàlèn (io e lui eravamo i due più giovani del gruppo!) era seduto sull’altro fanale. All’improvviso dietro ad una curva si parano davanti a noi due due ragazzi giovanissimi della Repubblica Sociale di stanza a Fidenza. Alla prima raffica che abbiamo lasciato partire si sono impauriti tanto che hanno mollato le armi e si sono fatti facilmente prendere prigonieri. Spaventatissimi e sollecitati a parlare, senza farsi pregare più di tanto, ci hanno messo a corrente di cosa stava accadendo giù al gruppo di case: i fascisti avevano appena ucciso brutalmente un ragazzo del posto, Ranato Granelli. Abbiamo allora mollato il camion e ci siamo avvicinati a piedi muovendoci con maggiore cautela. Percorse alcune centinaia di metri veniamo presi di mira da colpi sparati da due ufficiali tedeschi che si sono fatti incontro alla nostra squadra. la reazione è stata immediata e la raffiche con lo Sten di Santino e di Negus li hanno falciati. Quando siamo ormai nelle vicinanze delle prime case, riusciamo a cogliere di sorpresa un gruppo di militari che si stava apprestando a fucilare un certo Gatti, un abitante della zona che faceva il contoterzista agricolo con le trebbiatrici. L’intervento di rivela tempestico e fruttuoso. Accortisi della nostra manovra di accerchiamento i Nazi-fascisti si danno ad una fuga precipitosa. Abbandonano il Gatti più morto che vivo dallo spavento e si buttano giù verso il torrente per mettersi in salvo, cercando di evitare le nostre raffiche. |
A casa Nei giorni successivi ho fatto servizio di guardia alla caserma. Quelli che un tempo erano stati i boriosi fascisti locali avevano calato di molto le arie e imploravano tremanti pietà, compassione e perdono – Pecorari. Una brava famiglia come la tua… numerosa, brava gente… mi raccomando… non farci del male! – Chissà se erano fino in fondo consapevoli di tutto il male che loro avevano fatto, di quanto dolore avevano arrecato alla gente di Monticelli. Chissà se in quei momenti si ricordavano di quante torture e di quanti morti in battaglia o nei campi di concentramento avevano sulla coscienza. – Milièto, va dà na batida a cul là, c’ä m’a fat bev l’oli d’risèn (Milieto vai a picchiare quello la, che mi ha fatto bere l’olio di ricino)Altri mi incitavano a picchiare questo o a picchiare quell’altro – Vacci tu a vendicarti visto che sei stato tu a prendere le botte!- io rispondevo. Ma alle parole poi non hanno fatto seguire i fatti. Il carcere Verso la fine del 1949, nelle settimane che precedevano il Natale, la polizia ha cominciato a presidiare i boschi in forza, schierando più di cento poliziotti trasportati a bordo di numerosi camion. (ndr per reprimere l’occupazione delle terre demaniali della Cooperativa Braccianti) Io sono stato fermato per primo assieme a Pagàn. Siamo stati caricati a forza su una camionetta e portati alla Bonissima di Dodi. Tutti gli altri che erano nelle vicinanze e che hanno assistito alla scena si sono precipitati ed hanno fatto cerchio attorno a noi, bloccando di fatto l’automezzo. O töti o ‘nsöni” Së purtè via lûr gh’i dä purtàm via töti! – (O tutti o nessuno! Se portate via loro dovete portare via tutti!) Allora sono arrivati con i camion e ci hanno caricati tutti e portati in carcere a Piacenza: eravamo in più di settanta. |
Noi ragazzi, perennemente affamati, mangiavamo di tutto, anche i trigui che erano i piccoli frutti di una pianta che cresceva negli stagni dove l’acqua non era molto alta. Riusciva ad emergere con le foglie e con dei fiori bellissimi di colore rosa intenso. Noi ne mangiavamo i frutti appesi lungo il gambo sia sulla parte emersa che su quella sommersa. Entravamo nell’acqua con le scarpe (era davvero sconsigliato farlo a piedi nudi!), strappavamo il gambo e con un sasso frantumavamo il guscio solido e durissimo.
Questi, arroccati nella difesa di Salsomaggiore, stavano subendo un pesante attacco condotto da vari lati, anche dal lato destro attraverso la vallata dello Stirone, molto vicina alle nostre postazioni. Una colonna di Nazi-fascisti che risaliva il torrente da Scipione Ponte si era portata intanto fino a Case Passeri sotto Vigoleno. Noi, lasciando sul nostro lato sinistro il borgo, stavamo scendendo con un camion nella loro direzione senza avere ancora la percezione precisa di dove li avremmo incontrati. Io ero seduto davanti su un fanale, mentre Farfàlèn (io e lui eravamo i due più giovani del gruppo!) era seduto sull’altro fanale. All’improvviso dietro ad una curva si parano davanti a noi due due ragazzi giovanissimi della Repubblica Sociale di stanza a Fidenza. Alla prima raffica che abbiamo lasciato partire si sono impauriti tanto che hanno mollato le armi e si sono fatti facilmente prendere prigonieri. Spaventatissimi e sollecitati a parlare, senza farsi pregare più di tanto, ci hanno messo a corrente di cosa stava accadendo giù al gruppo di case: i fascisti avevano appena ucciso brutalmente un ragazzo del posto, Ranato Granelli. Abbiamo allora mollato il camion e ci siamo avvicinati a piedi muovendoci con maggiore cautela. Percorse alcune centinaia di metri veniamo presi di mira da colpi sparati da due ufficiali tedeschi che si sono fatti incontro alla nostra squadra. la reazione è stata immediata e la raffiche con lo Sten di Santino e di Negus li hanno falciati. Quando siamo ormai nelle vicinanze delle prime case, riusciamo a cogliere di sorpresa un gruppo di militari che si stava apprestando a fucilare un certo Gatti, un abitante della zona che faceva il contoterzista agricolo con le trebbiatrici. L’intervento di rivela tempestico e fruttuoso. Accortisi della nostra manovra di accerchiamento i Nazi-fascisti si danno ad una fuga precipitosa. Abbandonano il Gatti più morto che vivo dallo spavento e si buttano giù verso il torrente per mettersi in salvo, cercando di evitare le nostre raffiche.
– Milièto, va dà na batida a cul là, c’ä m’a fat bev l’oli d’risèn (Milieto vai a picchiare quello la, che mi ha fatto bere l’olio di ricino)